Lettera al quotidiano La Repubblica

Selinunte, 02. 08. 2004

Ho partecipato con molto piacere ai due giorni di iniziative che l‘Associazione Pino Veneziano ha organizzato a Selinunte per ricordare il suo cantautore, scomparso dieci anni fa.
Non posso dimenticare le due mattinate in riva al mare, leggendo favole e fiabe e discutendo delle letture per bambini.
Anche il concerto del 30 sera, davanti allo splendore dei templi e sotto la luna piena è stato indimenticabile. La bravura degli ospiti – Lucia Sardo e Alfio Antico- e la passione di Umberto Leone, che riproponeva (o dovremmo dire: ricreava?) le canzoni da lui imparate direttamente da Pino, hanno fatto dimenticare anche il grave inconveniente per cui nulla sul palco era stato approntato decentemente e poi, nonostante il lungo ritardo, luci e suono erano carenti.
Peccato! Peccato per gli artisti che meritavano maggiore rispetto; peccato per il pubblico, che giustamente si aspettava maggiore attenzione da parte dell’amministrazione comunale, cui sarebbe spettato organizzare il palco ed invece lo ha fatto troppo tardi e non troppo bene.
Ma ora si tratta di pensare alla prossima scadenza, fra un anno. L’impegno e la capacità culturale dimostrati dall’Associazione Pino Veneziano meritano che anche l’amministrazione (oltre alla cittadinanza, che lo ha gia dimostrato) si impegni con attenzione e appoggio concreto. L’ Associazione ha bisogno di una sede, per impiantarvi una scuola di musica: una cosa non difficile da concedere per il Comune.
E poi, pensiamo al prossimo anno: senza perdere il carattere e la spontaneità che hanno caratterizzato l’evento di quest’anno, è possibile pensare ad una manifestazione a livello nazionale, capace di attrarre l’attenzione culturale su questo angolo di paradiso.


Avv.    Ezio Menzione



Lettera a Dario Fo
Selinunte, 02. 08. 2004

Caro Maestro Dario Fo,

Rinnovandole i ringraziamenti di tutti noi dell’Associazione Pino Veneziano per la straordinaria opera che ci ha regalato e per le parole di incoraggiamento che ha avuto per le nostre iniziative, le devo testimoniare che lei ci ha dato di più.
 
Immagini, alle nove e mezzo di sera, i templi di Selinunte illuminati, la luna piena, millecinquecento posti a sedere occupati e la gente in piedi, Vincenzo Consolo con i giudici della Procura dell’antimafia di Palermo (Massimo Russo, Roberto Scarpinato) in prima fila, la scenografia allestita, gli artisti pronti per cambiarsi e truccarsi e… i tecnici delle luci e del suono mandati dal comune di Castelvetrano (unico contributo ufficiale alla manifestazione) che montano fino alle undici e mezzo. I microfoni spenti, le americane con le luci che non si alzano, il palcoscenico ingombro di bauli, il nostro tecnico del suono che non può neppure attaccare una spina per registrare lo spettacolo, i camerini e i servizi ancora da allestire… Il camion delle attrezzature parcheggiato tra i templi e il palco, dietro a un paravento nero che nasconde le rovine che dovevano fare da scenario allo spettacolo.

In tutto 'stu burdellu'  il pubblico se n’è stato incollato al suo posto a godersi le prove, come se assistesse ad uno spettacolo nello spettacolo. Fino alla fine quando è terminato la rappresentazione vera e propria. E ci sono state pure Standing Ovations. Naturalmente l’assessore alla cultura di Castelvetrano non ha osato salire sul palco.
Così è stata varata l’Associazione Pino Veneziano.

Mi sento amareggiato e stranamente soddisfatto. Penso che lei e Franca Rame avete dimostrato che gli spettacoli di protesta politica possono e devono andare avanti, malgrado le difficoltà, le provocazioni e le cialtronate delle istituzioni.

Grazie quindi di aver lottato così a lungo anche per noi che adesso proviamo a farlo e ci accorgiamo di quanto sia faticoso e, a volte, frustrante.

Umberto Leone


p. s.

Le mando l’intervento di Vincenzo Consolo su Pino Veneziano, la lettera di Ezio Menzione (l’avvocato di Adriano Sofri) che abbiamo mandato ai giornalisti e un po’ di documentazione delle manifestazioni.
Come vede abbiamo utilizzato la sua opera, che è stata anche proiettata su uno schermo, in chiusura dello spettacolo, mentre venivano lette le sue parole di incoraggiamento. 



Cronaca semiseria del concerto

Trapani, 02. 08. 2004

Non poteva esserci luogo migliore per realizzare l’evento. L’acropoli di Selinunte. Alle spalle del palco si sarebbero potuti vedere i resti del tempio di Giove. Si sarebbero potuti vedere, ma non si videro, perché proprio dietro il palco erano stati piazzati due enormi capannoni con la funzione di camerini, e per coprirne la vista, con un grande gesto di pudicizia, era stato alzato un telo nero come fondale della scena. Un enorme telo nero che aveva mandato in vacca la splendida scenografia di Andrew Brownfoot: uno spazio scenico interamente dipinto di bianco con le sculture in legno di Umberto Leone e Ute Pyka. Una scenografia pensata ad arte, pensata cioè per essere esaltata da quello sfondo di pietre millenarie ma senza disturbarle, senza oscurarne la magnificenza. “Un tuffo nel bianco”, questo secondo Andrew avrebbe dovuto essere la scena. Peccato che quel telo nero abbia annullato il tuffo e persino il trampolino.

I tuffatori, pardon, gli artisti arrivarono all’acropoli alle 18 e 15 per fare quello che si dice in gergo il sound check, ovvero il controllo dei suoni. L’impalcatura delle luci era ancora abbassata e il palco sommerso da cassoni, casse, cassette e cassettine, amplificatori, carabattole e cazzilli di ogni tipo e misura. Dalle casse usciva la musica di Alfio Antico, sicuramente il più grande percussionista italiano, che era lì per ricevere il premio “Pino Veneziano” e per esibirsi con la sua band, ma che non poteva immaginare cosa sarebbe successo quella sera.

Poco prima erano arrivate duemila sedie, l’altro contributo del Comune (dopo la concessione del service) acché questo evento avesse luogo. Duemila sedie piene di fango. Duemila sedie che Jojò, come un crasto, pulì amorevolmente una per una, ma tirando giù dal cielo persino le divinità greche.

L’inizio dello spettacolo era previsto per le 21 e 30. Ma si sa, un po’ di ritardo c’è sempre. “Ma cosa cazzo sta succedendo?” si chiese il pubblico alle 23 e 15. “Ma cosa cazzo sta succedendo?” si erano chiesti Alfio Antico, Umberto Leone e gli altri musicisti per tutto il pomeriggio. “Ma cosa cazzo sta succedendo?” deve essersi chiesta persino la luna piena. Già. “Cosa era successo?” E soprattutto, “Perché?”.
La risposta a questa domanda non potrà mai essere definitiva né chiaramente esplicitata perché potrebbe portare qualcuno in tribunale. Ci si può limitare a raccontare alcuni momenti della serata.

Montare e collegare ogni microfono fu impresa ardua ed estenuante. Più persone assicurano di avere visto la seguente scena.
Un sedicente tecnico, con andatura ciondolante, nonostante il grave ritardo, va a prendere la scatola con dentro il microfono. La apre, senza fretta, tira fuori l’arnese (nel senso del microfono) e lo poggia in un angolo del palco. Quindi va a prendere l’asta, sempre con molta calma, la sistema vicino al musicista e impiega 15 minuti per trovare l’attacco per il microfono da avvitare sull’asta. Ma proprio mentre sta per intraprendere l’operazione di avvitamento si ricorda di avere dimenticato il foglio delle istruzioni fuori della scatola. Allora interrompe l’azione, prende il foglio, raggiunge la scatola, la apre, ci mette dentro il foglio delle istruzioni, richiude accuratamente la scatola, rimette a posto la scatola, poi torna finalmente all’asta. A questo punto però gli squilla il cellulare, chiacchiera per dieci minuti; ha appena chiuso che viene chiamato a svolgere chissà quali onerosi compiti lasciando il musicista davanti l’asta, perplesso e preoccupato.
Più o meno i microfoni da montare erano otto, cinque per gli strumenti e tre per la voce, ma non tutti ebbero queste vicissitudini. In qualche caso andò anche peggio. Come nel caso del microfono professionale che il violinista di Umberto Leone porta sempre con sé e che un tecnico voleva sostituire perché non sapeva farlo funzionare. Il microfono di un corista rimase inesorabilmente spento per il pubblico, quindi, quella sera, nessuno sentì i suoi canti e controcanti mentre cantava in coppia con Umberto. Né tanto meno il fonico e gli assistenti al suono intervenirono. Lui non se ne accorse perché la sua voce, invece, sul palco arrivava, ma solo ai musicisti. (Essendo uno stimato cantautore e uomo di spettacolo ma un po’ permaloso, adesso dice che la prossima volta, se sarà coinvolto il comune di Castelvetrano, vuole essere pagato in diamanti e pietre preziose.)

Chiunque provasse a lamentarsi dell’andazzo riceveva sempre la stessa risposta: “Noi non dovevamo essere qui!”
Non doveva essere lì il fonico.
Non dovevano essere lì i tecnici.
Non dovevano essere lì i trasportatori.
L’impianto friggeva (frittu arrustutu per tutto lo spettacolo), e loro non dovevano essere lì.
Erano le 23, lo spettacolo non cominciava, e loro non dovevano essere lì.
Forse è vero. Loro avrebbero dovuto essere altrove.
Lì erano necessari dei professionisti.

Poco prima delle 23, qualcuno in preda allo sconforto osò pronunciare le seguenti parole: “Ci manca solo che si mette a piovere!”
Quando arrivarono le prime gocce gli artisti decisero di fare harahiri tutti insieme tra il pubblico.

Nonostante tutto, duemila persone rimasero composte ad aspettare con una pazienza biblica. Seduti in prima fila c’erano personalità di tutto rispetto: Vincenzo Consolo, che quella mattina e la mattina precedente aveva letto fiabe siciliane assieme a Serenella Parazzoli (editor, sconosciuta ai più) e a Roberto Denti (molto più che un libraio milanese); c’erano Ezio Menzione (avvocato di Adriano Sofri), Massimo Russo e Roberto Scarpinato (giudici della procura antimafia di Palermo).
Gli unici spettatori leggermente intemperanti furono una coppia di turisti, capitati lì per caso, che dissero prima di andarsene:
“Ci sono gli estremi per fargli causa!”
Nessun residente avrebbe mai osato pensare a tanto.

Poi, improvvisamente, non si saprà mai perché proprio in quel momento, la struttura con le luci fu sollevata. Le poche gocce di pioggia si dissolsero. Il palco fu sgombrato da casse, cassoni e cassonetti, e lo spettacolo cominciò.

La scenografia non fu esattamente quella prevista dallo scenografo, i tempi non furono quelli previsti, la presentatrice si sforzò di mettere pezze chiamando in aiuto la bellezza della luna piena (costringendo ogni volta duemila persone a voltare le spalle al palco per poterla vedere), il quadro che Dario Fo aveva donato all’associazione fu proiettato sullo sfondo ma la scritta DVD svolazzò per tutta la serata come una farfalla sullo schermo, sulle camicie e sulle facce di chiunque capitasse in quella zona e per tutto il tempo che ci rimaneva: dalla presentatrice ai musicisti, da Lucia Sardo a Vincenzo Consolo.
Ma le duemila persone che ebbero la pazienza di aspettare furono protagoniste di un evento unico e magico.

Il concerto di Alfio Antico fu strepitoso e l’attrice Lucia Sardo fece una bella performance. Umberto e il suo gruppo eseguirono le canzoni di Pino in modo nervoso, ma ci misero tutto il cuore che avevano con un effetto travolgente sul pubblico. Sì. Il pubblico gradì. Eccome se gradì. Era lì per questo. Composto, innamorato della musica di Pino Veneziano e incazzato come lui contro l’ignavia, l’incompetenza e il sopruso.

Un assessore del Comune di Castelvetrano al mattino aveva dichiarato in una intervista: “A Selinunte la cultura è nell’aria, nasce spontanea”.
Sembra che dopo qualche giorno, in seguito alle lamentele dell’associazione, abbia dichiarato: “Visto che non vi piace il nostro contributo, il prossimo anno l’evento ve lo andate a fare in spiaggia!” Quale sottile e meravigliosa visione della cosa pubblica sottenda questa affermazione può essere oggetto di discussione insieme a tutto ciò che è stato sin qui raccontato in modo semiserio. Ma forse sarebbe meglio usare l’arma della poesia, come faceva Pino Veneziano.

Rocco Pollina