Riceviamo da Silvio Ciappi e volentieri pubblichiamo…

 

Estratto dal libro di Ciappi S. e Ricci F.

Anime Nude. Finzioni e interpretazioni intorno a 10 poeti del Novecento

 

Mauro Pagliai Editore, Firenze, 2011


copertina 

 

Il Posteggiatore di Selinunte

 

 “Vulemu tuttu chiddu chi facemu! Vulemu tuttu chiddu ch’è nostru! Lu vostru? Vi lu lassamu! Tantu è nenti!” (‘Vogliamo tutto quello che facciamo! Vogliamo tutto quello che è nostro! Il Vostro? Ve lo lasciamo! Tanto è niente!’).

Salve, mi chiamo Veneziano, Pino Veneziano e il grande poeta cieco Borges mi ha toccato il viso. Mi ha accarezzato la faccia, incredibile vero? Io adesso faccio il posteggiatore a Selinunte, davanti al Museo, quando fa un caldo terribile e lo scirocco brucia dentro  le rughe e le cicatrici. Prima, però, ero il proprietario del ristorante a Marina ed è li che il poeta è venuto a trovarmi. Precedentemente avevo fatto il garzone, il ragazzo di bottega, il guardiano di capre. Sono cose che si fanno in Sicilia, quando si cresce senza un padre e con pochi piccioli. Io sono e mi sento siciliano fin dentro le ossa. La Sicilia non la vedi. La Sicilia la odori, la senti, la accarezzi, non servono tante parole per descriverla, tutto è già fatto, basta mettere in ordine ciò che senti e utilizzare al massimo un vocabolario di un centinaio di parole, come fanno i poeti, e tutto è già fatto. La Sicilia non è solo nello sguardo, ma anche nella ruvidità delle cose, negli odori che impregnano l’aria e che rendono solide anche le sensazioni più sfumate. Anche la musica è una descrizione del mondo che prescinde dalle parole. Verso i quarantanni ho cominciato infatti a suonare la chitarra, che è un gran bello strumento melanconico per noi cristiani che guardiamo la luna gialla, ma che sa trasformarsi anche in un coltello affilato. E così è stato quando ho impugnato questo strumento musicale per cantare con passo sicuro contro l’ingiustizia. Gran figli di buttana e di madre troia ho cantato, e mi sono rivolto ai mafiosi della mia terra. Anche il poeta ce l’aveva con il suo dittatorello Peron e ce l’aveva anche con la democrazia, questo curioso abuso della statistica, come lui la definiva. Io al Lido Azzurro gli ho servito fiori di zucca ripieni, polpette di baccalà, caponata di pesce, insalata di spinaci,  scialatielli con le cicale, pasta con fagioli e cozze, risotto gamberi e pistacchi. Il poeta era contento, allora io ho preso la chitarra e ho cominciato a cantare. Lui mi ha detto che sembrava una milonga. Ma che minchia è ‘sta milonga?, ho pensato. Poi ho cercato di fare conversazione. “Vede, poeta, là c’è il Tempio di Hera”. Lui ha annuito con la testa, forse non ha capito o forse gli è parso un po’ stonato parlare dei Greci tra le tovaglie di plastica e l'odore del fritto di pesce della trattoria. Il poeta doveva avere sempre in testa il profumo del timo, del prezzemolo selvatico, dell’origano e il rumore delle onde del mare africano. Per il poeta la Sicilia era il luogo di Omero, la Sicilia era anche la Palermo di Buenos Aires, sì, perché lui era nato nel quartiere Palermo di Buenos Aires. A un certo punto gli ho chiesto: “Poeta, ma lei lo capisce il testo di queste canzoni?” Lui ha continuato a dondolare la testa. Poi mi ha detto: “Non è necessario comprendere le parole.”

Io questa cosa qua me le sono portata dentro per tutta la vita. Come è possibile tutto ciò? Come è mai possibile fare a meno delle parole? Forse le parole sono una scusa, un pretesto. Devono essere armoniose, ecco, forse il poeta voleva dire proprio questo, che la parola deve essere musica, deve farsi musica. Questo è il segreto. Ecco perché, forse, gli piacevano ‘sti greci, le loro storie fantastiche di dei e di eroi, per la musica ed il ritmo con cui scrivevano. Io che ho studiato poco e che adesso sono qui a far parcheggiare i turisti, credo in fondo di essere un privilegiato. Forse anche io so fare a meno delle parole, uso quelle scarne, essenziali, quelle che sanno di mare, quelle taglienti come scimitarre, quelle che fanno star bene.

Mi hanno detto che quando è andato ai templi, il poeta toccava le colonne, perché riusciva solo a intravederle. Le toccava e credo che allora le parole uscissero non dalla testa ma dalle mani,

dal tocco con il quale si avvicinava alle cose. Forse le parole sono già dentro le cose. Se dico pietra, è perché toccandola sento la sua ruvidità, la sua  mancanza di gentilezza, sì, la sua assoluta mancanza di gentilezza. Ecco perché ha toccato il mio viso il poeta. Perché è sceso dentro le mie rughe da gitano. Per darmi un nome (magari lo avrà solo pensato e non me lo ha detto). Il poeta cieco dice anche che se dovesse rivivere un’altra volta, farebbe più errori, che non cercherebbe di essere tanto perfetto, che prenderebbe meno cose sul serio, che vorrebbe avere problemi più reali che immaginari. Io dico anche che si devono fuggire i consigli sensati (come dice un altro poeta), che si deve cercare di prendere il meglio dalla vita, di non perdersi l’oggi, di non perdere il momento, come fanno quella tovaglia di plastica, quel mare e quella estate, quel poeta e il posteggiatore. Mentre faccio parcheggiare i visitatori ogni tanto penso a queste parole e mi guardo i piedi scalzi. De eso está hecha la vida, sólo de momentos, hombre. Ciao poeta, mi hai fatto il regalo più bello del mondo. Avanti per favore, parcheggiate là sulla sinistra, forza... da quella parte.




Home